Lettera d’amore a una ragazza di una volta

Chiedo scusa se vi farò perdere più tempo del solito nella lettura di questo post, ma mi sento di condividere con voi (pochi, ma tanto fa) che avete la pazienza di leggere le righe dei miei pensieri due piccole pagine di lettera. Credo che nessuno non sappia della morte di Enzo Biagi, giornalista e scrittore. Uomo, soprattutto uomo, in quel che questo termine così inflazionato ha di più delicato. Dal poco di queste mie parole vorrei solo respirare ancora per un istante quel tenue calore che ho sempre provato leggendolo.  

 

Cara Lucia,

 

non ho altro mezzo per rivolgermi a te e ti scrivo una lettera che non leggerai mai. Ma è un modo per stare ancora un po’ con te: quei sessantadue anni sono passati così in fretta e tu eri una ragazza con un cappellino marrone, un golf a strisce grigie e marroni e una bella faccia pulita.

 

 Sessantadue anni: sono più di ventiduemila giorni. A scriverlo appaiono un’eternità, un tempo quasi infinito, eppure ora, mentre li guardo da lontano, mi sembra che siano stati brevi, troppo brevi. Sono passati così velocemente che non c’è stato, per noi, nemmeno il tempo per commettere gli errori della giovinezza. Il destino ha voluto che la nostra generazione abbia dovuto affrontare anni tragici e drammatici: la guerra, ad esempio. E’ vero: “Sono così brevi i giorni dei vent’anni”. Lo ha detto Renato Serra che morì, nel 1915, su Podgora. Ed è stato così anche per noi.

 

 Ora tu mi hai lasciato e poco dopo ti ha seguito anche Anna, la nostra ultima figlia, aveva solo quarantasette anni. Ormai buona parte della mia vita – sto giocando i tempi supplementari – è fatta di ricordi. Io mi ritengo un superstite e, per rivivere la nostra storia, non mi rimane che la memoria.

 

 Non so più chi l’ha detto, ma mi sembra vero: “I ricordi sono la nostra fortuna: c’è in loro tutta la bellezza del mondo. Odio il pensiero di perderli, di lasciarli svanire”.

 

 Già, chi non ha memoria non ha vissuto. Sono come un film montato senza seguire un filo di racconto: basta una goccia che scivola sul vetro, il sorriso di una ragazza, l’odore nauseante dei fiori che marciscono; si pensa alla morte. O a un nome.

 

 Una volta, scherzando con un amico, dissi che il tempo che mi aspettava si poteva misurare anche in panettoni: tenendo conto delle statistiche allora ero ancora in credito con l’esistenza di sei o sette. Oggi quanti ne rimangono?

 

 Nei miei ricordi, per quanto riguarda la cosiddetta “vita professionale”, non c’è rimpianto; sono sicuro di avere ricevuto più di quello che mi aspettavo. Ho visto il mondo, ho incontrato gente e devo molto al mio prossimo. Ma il destino è stato crudele con me, e mi ha fatto pagare tutto, quando tu e Anna mi avete lasciato.

 

 Sorridevi, lo sai?, quando ti dicevo che qualche notte, quando il sonno tardava a venire, facevo gli appelli; una terza B, un battaglione allievi ufficiali: da Abbondanza, era così bravo in matematica, a Zanelli Dario, giornalista. Già allora molti, troppi risultavano per sempre “assenti giustificati”.

 

 Adesso, che il sonno non può più consolarmi, voglio parlarti, scriverti questa lettera perché i nostri giorni – miei, tuoi e delle nostre figlie – non vadano perduti, perché la nostra storia e la nostra separazione hanno dimostrato come avesse ragione quel poeta che scrisse: “Questo è il dolore della vita: che si può essere felici solo in due”.

 

Lettera d’amore a una ragazza di una voltaultima modifica: 2007-11-08T20:50:34+01:00da latartaluca
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6 pensieri su “Lettera d’amore a una ragazza di una volta

  1. A proposito di “Video canta” e “Lettera d’amore a una ragazza di una volta”, non solo mi hai emozionato con la tua bellissima pagina ma mi hai dato la carica per togliermi un po’ di dosso le mie paure di vivere in questa nostra nazione che non conosce più il “sacrificio” della libertà: di stampa, di parola, di intelligenza, di ideali, di altruismo, di attenzione agli altri. Perchè davvero essere liberi richiede sacrificio e coraggio, entrambi “talenti” che si educano, si costruiscono, con la pazienza della saggezza. Io che sono degli anni cinquanta non ho paura per me, ma per voi giovani generazioni. Non so con certezza se ho più paura per quelli che scalpitano come puledri e si disgustano con voce sonora contro le ingiustizie lampanti, o per quelli che non hanno altro in testa che seguire a senso unico e occhi bendati, i percorsi sociali/culturali/politici vigenti oggi qui. Perchè ho timore? I primi, quelli che inorridiscono, potrebbero pagare a caro prezzo la libertà di esprimersi. I secondi potrebbero essere quelli che ci governeranno in futuro e allora addio sogni, addio ideali, addio libertà. Eppure, al di là di tante mie paure, c’è ancora la luce che mischia l’alba del giorno prima con quella del giorno dopo. Fra il “passato” e il “futuro” c’è la memoria che è comunque “presente”… è fatta di persone che hanno saputo rimanere intatte a costo di essere umiliate ma senza mai “piangerci sopra”; è fatta di gesti sociali e fraterni che hanno aiutato a vivere meglio; è fatta di lettere d’amore e d’amicizia; di immagini e parole che rimarranno, al di là di tutto, impresse nel cuore della gente. La capacità di rimanere liberi dentro l’anima è fatta di parole semplici e misurate che possono essere comprese da tutti, anche da chi non ha potuto o saputo studiare tanto o studiare bene. Enzo Biagi ci ha lasciato il suo concreto testamento di libertà e io, figlia del dopoguerra, non lo dimenticherò mai. P.S.: più che un Partigiano a me sembra un Profeta. Che Dio lo benedica. Grazie davvero e ciao.

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