ventisei

 

In fondo, lo si era sempre saputo.

La brutta stagione sarebbe arrivata, il passo polveroso e pesante, con il vento, la sabbia, il bruciore di occhi. Sarebbe arrivata strascicando i piedi, ciondolando le braccia, le spalle curve, un insopportabile senso di stanchezza, addosso quattro stracci puzzolenti di vino. Oppure bassa e gonfia, flaccida e ridicola, gli stivali di vernice, due dita di gonna e massicci leggings, insalata e caramelle gommose per cena.

Non era questione di se, ma di quando.

Ormai non mancava molto. Una spruzzata di nuvole biancastre velava il sole dal sorgere al calare. Il cielo, da turchino, s’era fatto dalla sera al mattino d’un bianco perlato che scoloriva d’un paio di tonalità ogni tinta attorno.

Nel paese di Qui, a metà strada tra ChiFu e CheMaiSarà, nella regione zodiacale del NonCapiscPiù, era all’ordine del giorno incrociare una manciata di persone strette in cerchio a discutere di quel domani che certamente non avrebbe sbagliato strada.

Sarebbe arrivata, la brutta stagione. Si parlava. Se ne parlava. Se n’era parlato.

Ne avevano discusso per tutta la bella stagione, da quelle parti. Fin dai primi tiepidi caldi, era ancora il mese di maggio, la gente si gustava il dolce coccolìo del sole che temporeggiava vagamente timido nell’arco del cielo per poter spiare Luna un solo momento, incontrare il suo sguardo dall’altra parte dell’orizzonte, lei così lieve, così dolcemente pallida.

Come una conchiglia il suono della risacca, la piazza raccoglieva parole e pensieri.

Se ne parlava e se n’era parlato, ed ancora ed ancora. “La brutta stagione – si diceva – arriverà, statene pur certi”.

E chi perdeva il gusto di quei giorni spensierati con la fastidiosa compagnia di quel domani senza contorni; chi, con aria ben più fatalista, pensava che, comunque, il domani sarebbe arrivato lo stesso e tanto valeva non pensarci, godendosela fino in fondo quella parentesi di pace e leggerezza. Qualcuno si chiedeva ansioso il perchè, dopo il bello, doveva esserci un inevitabile brutto. Qualcun altro, certo più prudente, rispondeva se fosse poi davvero inevitabile, dopo il bello, dover ipotizzare l’esatto suo inverso, come se l’uno fosse inseparabilmente legato all’altro da uno stretto nodo d’alpinista, un bulino od un doppio inglese. Chi raccontava di quella volta in cui il nonno aveva pensato si trattasse della peggiore brutta stagione di sempre, il vento ancor più forte, la sabbia ancor più fitta, gli occhi di un rosso terra cotta. Chi ricordava di quante altre stagioni avrebbero dovuto essere le più brutte di sempre e di come ce ne fosse poi stata una che batteva la precedente. Solitamente, quella che mancava poco a venire, o quella appena passata.

I più dicevano che, in qualunque caso, si doveva prestare attenzione a quelli che certo non suonavano come buoni segnali. Bisognava starci molto, molto attenti…

(…TO BE CONTINUED…)

ventiseiultima modifica: 2010-02-05T00:06:00+01:00da latartaluca
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